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30 aprile 2004, venerdì

NY - Fine dei fiori
di vololibero alle 17:39:15 ~ 1 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Tulipani Due settimane di fioriture spettacolari e di colori sgargianti ed all'improvviso tutto e' finito (cosi' come all'improvviso era iniziato).
Gli ultimi fiori si perdono nel verde delle nuove foglie.
I tulipani semplicemente perdono i petali, diventando degli steli verdi insignificanti.
Erano bellissimi lo scorso fine settimana quando ho scattato la foto da cui ho estratto questo dettaglio.
Tra il caldo, il sole e lo splendore quasi radioattivo dei fiori New York sembrava persino bella, gentile, qualcosa che accade solo per poche settimane all'anno, nei mesi di transizione, aprile e settembre - ottobre.
Perche' New York non e' affatto bella. Si possono usare tantissimi altri aggettivi ma di certo non "bella".
Eppure sia la citta' che i suoi abitanti hanno un'incredibile capacita' di approfittare di ogni possibile momento ed opportunita' per rilassarsi e godersi la vita. Il lungofiume diventa una striscia di verde dove vai a camminare, a correre, in bici, sui pattini, e magari anche a prendere il sole sul prato costruito sul molo che e' stato rifatto di recente. Microgiardini spuntano ovunque. E siamo neanche a maggio ma centinaia di bar e ristoranti hanno gia' i dehor pieni ed i "giardini" nel retro (magari ritagli di cinque metri per cinque nei cortili retrostanti) aperti e pieni di gente che si rilassa e chiacchera circondata da piante e gli oggetti e scenari piu' vari per convincersi per un'ora che si e' altrove.
Ed i newyorkesi sono sempre fuori casa e c'e' tantissima gente giovane, e cosi' c'e' sempre movimento, colore e novita'. Il che e' un'altro dei motivi per cui mi piace stare qua.

29 aprile 2004, giovedì

La nuova era - 3 - La diminuzione della privacy
di vololibero alle 23:09:52 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
La privacy e' in diminuzione rapida e non sembra esservi possibilita' di bloccare questa tendenza.
La combinazione dell'aumento incredibile di potenza di calcolo e di memorizzazione dei computer con la sempre piu' estesa digitalizzazione di tutto e la possibilita' di miniaturizzare sempre di piu' qualunque cosa rende sempre piu' facile raccogliere, mantenere ed elaborare informazioni su chiunque.
La tecnologia consente e consentira' sempre di piu' di tracciare cosa una persona ha fatto e dove e' stata, i suoi amici, interessi, opinioni, cose possedute.
Consente di scoprire il patrimonio genetico di chiunque, con tutte le conseguenza del caso nel momento in cui capiamo sempre di piu' il collegamento tra il patrimonio genetico ed i talenti ed i difetti di una persona. Consente addirittura, tramite la tomografia del cervello, di capire quando uno mente.
Ed un fatto nuovo e' che questa capacita' e' sempre piu' a disposizione di tutti, e non solo dei governi o delle mega-aziende come nel passato.
Nella nuova era siamo quindi sempre piu' scrutinabili ed esposti a tutti ma non abbiamo ancora sviluppato un'etica ed una morale adeguate.
Questo essere sempre piu' esposti puo' portare a conseguenze opposte.
Possiamo avere dei governi totalitari, con un livello di totalitarimo e controllo mai visti.
Oppure l'opposto, delle societa' in cui tutto e' pubblico ed e' stata sviluppata un'etica di tolleranza e rispetto.
In un certo senso la diminuzione della privacy richiede un aumento della tolleranza. Nel momento in cui si e' sempre piu' esposti alle differenze individuali diventa piu' difficile ignorare che esse esistono e quindi o si va in crisi e si inizia a far fuori chi si trova intollerabile (cosa che sicuramente qualcuno fara') oppure si impara a convivere e ad accettare.
Un etica della tolleranza dovrebbe rendere inaccettabile il non accettare.
Una consequenza della societa' che diventa sempre piu' pubblica e' anche che diventa piu' sicura. Ma allo stesso tempo, se il controllo delle informazioni rimane nelle mani di pochi, diventa anche un inferno.
Tornando all'etica, il modo piu' di successo per imporre e mantenere un'etica sinora trovato e' la religione. Vuol forse dire che ci sara' un revival della religione nelle sue forme piu' coercitive?

28 aprile 2004, mercoledì

La nuova era - 2 - La prima guerra
di vololibero alle 18:38:13 ~ 1 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Questa seconda guerra in Iraq e' la prima guerra della nuova era e mi sembra dimostrare come nessuna nazione sappia ancora come muoversi in questo mondo nuovo.
La guerra e' stata decisa da questa amministrazione americana per motivi inconfessabili ed inconfessati, sempre nascosti dietro un nuovo motivo di facciata. Ma prima ancora di essere combattuta ha gia' iniziato a non andare secondo le previsioni. Ed ora, ad oltre un anno dalla sua cessazione ufficiale, l'America e' alle prese con un problema sempre piu' imprevedibile e difficile.
Gli inglesi hanno preso atto che la guerra ci sarebbe stata comunque ed hanno assunto la posizione di alleato di ferro, probabilmente per un miscuglio di motivi nobili e di realpolitik. Adesso sono impantanati anche loro. Questa guerra ha segnato l'inizio del declino di Blair ed ha portato direttamente (attraverso il suo indebolimento) al suo dover accondiscendere a tenere un referendum sulla nuova costituzione europea, da lui sempre osteggiato. Questo referendum, questa sconfitta (il referendum boccera' la costituzione, ma la sconfitta di Blair e' gia' avvenuta), segna la fine del progetto politico di Blair di avere un'Europa unita con regole tollerabili all'Inghilterra ed in cui gli inglesi fanno da mediatori con l'America, cioe' il meglio dei due mondi: avere sia gli americani che gli europei che dipendono dagli inglesi. Il risultato sara' esattamente l'opposto, con un nucleo importante di paesi europei che faranno gruppo lasciando fuori l'Inghilterra e l'America che prende atto della cosa e parla direttamente con questo gruppo, scavalcando l'Inghilterra.
Il governo italiano ha sbagliato il calcolo politico, cosi' come ha sbagliato quello economico, puntando tutto sull'America. E cosi' come la ripresa americana ha tardato tre anni, cosi' anche la guerra non accenna a finire, anzi. Il governo si e' cosi' accollato un ulteriore problema, in aggiunta a tutti quelli (ed enormi) che aveva gia'. E l'ha fatto abbandonando l'Europa e lasciando che andasse alla deriva, perche', nel momento in cui ne deteneva la presidenza, invece di cercare di creare una mediazione tra le diverse posizioni il governo italiano si e' invece apertamente schierato per una di esse. L'Italia si ritrova cosi' ora ad essere in mezzo al nulla e senza contare nulla. A questo punto e' il secondo "alleato" piu' importante dell'America (anche se non come impegno militare), ma sia gli USA che l'Inghilterra la ignorano completamente. Ed in Europa abbiamo bruciato i ponti.
Gli spagnoli, sappiamo com'e' finita. Il governo di destra e' caduto perche' ha mentito clamorosamente e nel momento sbagliato, a due giorni dalle elezioni. Sarebbe caduto se avesse mentito un mese prima? In America non sta succedendo, ma la Spagna e' diversa, chissa'.
I motivi degli spagnoli per entrare in guerra mi sembrano un impasto di convinzioni personali del premier con un tentativo di accrescere l'importanza della nazione. La scommessa (ed atteggiamento) del ex-governo spagnolo sulla guerra e' quindi legata a filo doppio con quella da esso fatta sull'Europa, ed entrambe sono state prontamente rovesciate dal nuovo governo. Cioe', anche quel progetto politico e' fallito.
I polacchi, e poi smetto, hanno creduto troppo in se stessi e nella loro importanza, ed ora si ritrovano al freddo. Hanno gridato e piantato i piedi troppo per quello che e' il loro peso reale, ed ora che la Spagna ha virato di centottanta gradi si ritrovano impantanati, politicamente in Europa e militarmente in Iraq.
Le altre due cose che questa guerra dimostra sono quindi che ognuno e' davvero per conto suo e che molti hanno comportamenti "leggeri", come se tutto fosse facile, e questo perche' molti dei nuovi attori non sono politici veri o non hanno mai avuto la possibilita' di agire a livello mondiale.
Gli alleati dell'America non sono veri alleati, quanto piuttosto compagni di percorso. Se finiscono nelle grane l'America non muove un dito.
Sia la stampa americana che quella inglese non contengono una sola parola sulla vicenda degli ostaggi italiani. Nonostante ormai lo sappia la cosa continua a colpirmi molto. Ho controllato BBC, NYTimes, Washington Post e CNN, tutti media indipendenti. Nessuno contiene una parola in un posto visibile al lettore medio (non sono andato piu' a fondo).
Questo getta una luce interessante su questa nuova era.
Prima cosa, cosa vuol dire che un media e' indipendente al giorno d'oggi?
Seconda cosa, questa vicenda sta squassando l'Italia, il secondo alleato piu' importante degli USA a questo punto, e la cosa viene totalmente ignorata.
Ognuno per se.

27 aprile 2004, martedì

La nuova era - 1 - L'America ed il suo specchio
di vololibero alle 23:50:00 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Se volessimo una data per l'inizio del nuovo secolo, quello dopo il '900, direi che e' quella delle elezioni americane che hanno dato la vittoria a Bush.
La vittoria e' stata decisa dai giudici della corte suprema, in fretta e furia, al fine di evitare che le tensioni istituzionali si prolungassero. I meccanismi democratici sono stati scavalcati. Ed i conteggi finali delle schede completati quest'anno hanno certificato che Bush aveva perso.
Sappiamo ancora poco di questa nuova era, ma possiamo gia' notare alcune delle sue possibili caratteristiche, in America ed in Italia. Perche' l'Italia, per qualche strano motivo, e' sempre particolarmente sensibile all'America, quasi ne fosse uno specchio.
Entrambi i governi sono guidati dai forti interessi personali dei presidenti e di una piccola schiera di fedelissimi.
Entrambi sono disposti quasi a tutto pur di raggiungere i loro fini.
Entrambi sono insofferenti delle regole, anche di quelle della democrazia fino a un certo punto.
Entrambi sono insofferenti di critiche ed opposizioni e vi reagiscono con rapidita' e violenza (in America si parla esplicitamente di "character assassination", cioe' di "uccisione del personaggio").
Entrambe le elezioni sono state fortemente deformate dal denaro a disposizione dei candidati che alla fine hanno vinto.
In entrambi i paesi le grandi aziende hanno appoggiato in modo insolitamente forte i candidati che hanno poi vinto, rompendo una tradizione piu' portata verso la neutralita'.
In entrambi i paesi sotto il nuovo governo c'e' stato un trasferimento netto di ricchezza verso i ceti piu' ricchi.
In entrambi i paesi il controllo sui media e' stato esercitato con violenza e coercizione inusuali.
In entrambi i paesi la societa' *nel suo complesso* non ha reagito a questi comportamenti ma vi si e' invece piuttosto adattata.
In entrambi i paesi meta' della popolazione e' totalmente contraria al governo ma senza possibilita' reale di agire.
Entrambi i paesi sono fortemente polarizzati e senza alcuna soluzione in vista anche solo per riavvicinare le parti.
Molte di queste caratteristiche mi sembrano tipiche di un periodo di transizione.
Benvenuti quindi in una nuova era.
Pronti per la corsa?

26 aprile 2004, lunedì

Stanchezza
di vololibero alle 23:11:50 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
La stanchezza alle volte mi prende di sorpresa, nel senso che la noto, e per un po' rimango stupito, stupito di andare avanti comunque, anzi, di essere andato avanti per oltre tre anni attraverso una serie di imboscate, momenti critici, fine di relazioni (ed inizio di nuove), problemi su due continenti quando non puoi permetterti di viaggiare, momenti in cui non si puo' davvero fare affidamento sul futuro ma solo incrociare le dita.
In parte e' coraggio, in parte e' prepararsi ed accettare le conseguenze. In parte e' sforzarsi di fare finta di niente, od illudersi. Avere pazienza e non farsi dominare dalla paura o dalla rabbia. O disperarsi un po', ma non troppo, perche' poi fa davvero male.
NY aiuta, cosi' varia, con tante cose da fare e tanti modi per perdersi per un po'. Ma allo stesso tempo tormenta l'idea di perderla.
Tutto e' a doppio taglio, questa e' una della grandi lezioni dell'America. E ti tagli, qui. Tanto.
Questi tre anni di recessione, con l'incertezza dovuta all'essere un immigrato (e vorrei che tutti gli italiani che ce l'hanno con gli immigrati si facessero anche solo sei mesi da vero immigrato all'estero e poi parlassero), sono stati massacranti.
Gli italiani non sanno nulla del mondo.
Si lamentano della FIAT che mette cinquemila persone in cassa integrazione (il 5% della forza lavoro?) e la cosa si trascina per mesi e mesi.
Ma il mondo vero e' una ditta leader di mercato e che licenzia il 70% dei dipendenti nel corso tre anni dando ai licenziati un preavviso di una settimana, anzi quattro giorni e mezzo perche' te lo dicono il lunedi' pomerigio per il venerdi'.
Perdere il lavoro per me voleva dire perdere tutto, perdere il diritto a stare qua, "grazie, ma tra cinque giorni per favore se ne vada dal continente".
Sapere questo mentre la tua ditta si dissolve attorno a te ed il tuo gruppo viene dimezzato, accorpato con un altro, di nuovo dimezzato, e cosi' via per un po' di volte, ha un effetto particolare sulle sensazioni, quasi un'anestesia da troppe emozioni, un intontimento.
Ai miei amici dico che e' come essere in guerra (anche se per mia fortuna non ci sono mai stato), dove ogni momento puo' accadere che vieni ucciso, senza colpa e senza preavviso e senza ritorno. E ci sono ben pochi modi di proteggersi davvero. Ungaretti e' grande nel catturare questo: "si sta come d'autunno / sugli alberi le foglie" (od il "caldo buono" del camino quando per un po' e' lontano dal fronte ed in famiglia).
Un giorno alla volta, con tenacia. E se non ti fermano prima, alla fine arrivi dove vuoi arrivare. Cosi' facevo anche in motagna, nelle mie camminate. Quando non ce la fai piu' ti dici "fino alla prossima svolta" ... e poi di nuovo. E cosi' c'e' sempre solo piu' una svolta da fare.
La stanchezza, pero', e' sempre li' con te.

25 aprile 2004, domenica

NY - Make muzik wit yo mout
di vololibero alle 23:07:08 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Venerdi' sono riuscito a scappare dal lavoro ad un ora decente e cosi' dopo un cocktail per rilassarsi nel Village alla Arthur's Tavern con un trio giapponese che creava un ottimo sottofondo jazz e dopo anche un risotto accettabile alla Risotteria (ebbene si', e credete che sia di proprieta' di o gestita da o che impieghi italiani?) e dopo ancora due bicchieri di vino a casa sua sono finito con Chris a tre isolati da dove lui abita (sempre cosi'), al Bowery Poetry Club, dove c'era una Open MIC session (cioe' persone diverse che si passano il microfono, sfatiamo il termine), prima tappa della Human Beatbox Convention.
Ed eccoci quindi al punto.



"Crook lean" e' un gioco di parole tra "crook" che vuol dire "corrotto" e Brooklyn... Non so perche' fosse sullo schermo.
Cos'e il beatbox? E' un qualcosa di sensazionale. Sono persone che con la voce imitano suoni prodotti da strumenti musicali o suoni naturali. E usano questi suoni per fare della musica o delle perfomance. Con solo la voce.
Il risultato e' incredibile, specialmente in un contesto tipo lo scorso venerdi', con decine di beatboxers che passano uno dopo l'altro senza interruzioni ed il pubblico entusiasta.



I suoni sono talmente articolati e mescolati tra loro che alle volte sembra incredibile che non ci sia una batteria o delle percussioni dietro.
Il microfono e' essenziale. Viene tenuto molto vicino alla bocca od alla guancia ed e' poi tutto un gioco di lasciargli amplificare le vibrazioni, quelle della voce, della guancia, dell'aria che magari soffi fuori.
I fuori classe riescono a mescolare questi suoni con una melodia, qualcosa tipo fischiare e parlare allo stesso tempo. Ascoltatevi alcuni pezzi per farvi un'idea.



I beatboxers erano per lo piu' americani ma ce n'erano da tutto il mondo (uno giapponese era incredibile). Molti neri.
Il pubblico era molto East Village piu' i vari borough, cioe' Brooklyn, Queens e, chissa', Bronx? Piu' neri del solito.
La serata andava avanti dalle 10 alle 4 senza interruzioni. Ti mettevano uno stampo sulla mano e potevi entrare ed uscire a piacimento, tipicamente per fumare.
Mentre aspettavamo fuoi in coda un gruppetto dietro di noi si e' messo ad improvvissare del rap, con uno che beatboxava per fare la base, ed accidenti erano davvero bravi (anche secondo Chris, che di musica se ne intende assai piu' di me).
Alla fine della serata eravamo entrambi entusiasti. Mai visto o sentito nulla di simile. E questo e' ormai rarissimo.



24 aprile 2004, sabato

NY - Vicinanze effimere
di vololibero alle 20:59:57 ~ 1 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback


Oggi era una giornata perfetta ma purtroppo ho passato il pomerigio a lavorare.
Questa mattina pero' ho potuto godermela un poco.
Tornavo a casa camminando sulla nona verso la stazione del Path ed il percorso di dieci/quindici minuti da Astor Place che alle volte puo' sembrare infinito era invece bellissimo. Aprile al suo meglio e tutta la gente che sembra contenta.
A Manhattan c'e' la tradizione di piantare tulipani nelle (poche) aiuole attorno alle (poche) piante per le strade. E ieri aveva piovuto un po'. E cosi' ecco questa foto, con i fiori che dialogano con i palazzi.

23 aprile 2004, venerdì

Il blog come biglietto da visita
di vololibero alle 18:54:46 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Dici ad un amico o ad un conoscente che hai un blog e diventa una specie di biglietto da visita.
Lo vanno a guardare per capire meglio chi sei, per cercare di scoprire cose che non gli hai mai detto ma che potrebbero traspirare da quello che scrivi.
A scelta ne puoi tenere conto o meno. Vuoi davvero che quella tale persona sappia *questo* di te? Oppure forse vuoi proprio che lo sappia ma non vuoi *dirglielo*....
Il blog aumenta lo spettro di espressivita' a disposizione, cosi' come ogni altro mezzo di comunicazione ha sempre fatto.
Il blog pero' e' un qualcosa di originale in questo panorama, perche' introduce un elemento di staticita' che manca agli altri mezzi.
E' un po' come la facciata di una casa, sempre a disposizione per essere vista ed ogni tanto rimaneggiata. E non sai esattamente chi la guardera'.
Questa caratteristica di essere una postazione fissa nello spazio virtuale e' in comune con i siti web classici.
Il fatto che un blog sia dinamico, pero', lo rende anche assai piu' simile ad mezzo di comunicazione.
Un bell'ibrido.

22 aprile 2004, giovedì

Parole al volo - Italian
di vololibero alle 23:03:14 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Camminando per strada, specialmente in una grande citta', capita di afferrare pezzi di conversazione, spesso anche solo delle parole.
Questa sera dopo la piscina volevo avere un po' di caos attorno ed ho quindi deciso di andare a mangiare da Republic. La serata era calda e quindi tutti i newyorkesi erano per strada o nei dehor a mangiare all'aperto. Mentre camminavo sulla sedicesima diretto verso Union Square sono passato di fianco ad un gruppo di tre persone che chiaccheravano ed ho afferrato la parola Italian. L'aveva detta una ragazza, con un sorriso, mentre parlava di chissa' cosa.
Per qualche motivo mi e' rimasta in mente ed ho iniziato a pensarci sopra.
Mi capita ogni giorno di sentire o leggere qualche riferimento all'Italia. Banalmente possono essere i nomi delle taglie diverse di caffe' od il cibo in generale. Ma non e' raro carpire dei riferimenti all'Italia in quello che la gente dice.
Non ci ho mai dato piu' di tanto peso ma la cosa e' notevole. Credo che accada solo anche per la Francia. La gente non parla mai della Germania o della Spagna o del Giappone. Magari parla un po' dell'Inghilterra, ma e' per via della relazione privilegiata tra i due paesi.
Italia e Francia invece emergono spontaneamente.
Tutti vorrebbero visitare l'Italia. Non il Messico o la Cina o l'India. L'Italia.
E se qualcosa e' grazioso o di gusto o di classe subito viene considerato italiano o francese. Anzi, italiano e' quasi sinonimo di classe e gusto. Nessuno parla mai in questo modo di altre nazioni. Gli altri paesi sono posti da cui si importano beni o luoghi folcloristici di cui magari si e' sentito parlare (o piu' spesso no). Non suscitano alcuna reazione di questo tipo.
Tornando a stasera, non solo la ragazza ha usato la parola "italian" ma l'ha anche detta sorridendo, in modo contento. Sorrideva probabilmente per altri motivi. Eppure mi chiedo se avrebbe sorriso in quel modo pronunciando "Belgio" o "Brasile". Quello che sto cercando di dire e' che qui "italian" ha una connotazione parrticolare, che in qualche modo addolcisce e valorizza l'argomento per cui la parola e' usata.
Pensando a tutte queste cose pensavo anche a quale incredibile capitale gli italiani hanno qui in America ed a come sembra che lo sprechino. Gli americani possono essere spaventati dalla Cina, rispettosi del Giappone, curiosi (e spaventati) dell'India. Ma sono innamorati di una certa fantasia dell'Italia. Qualcosa di simile accade solo per un unico altro paese al mondo, la Francia, ma qui il rapporto e' piu' articolato e complesso. Con l'Italia non ci sono "se" e "ma": l'Italia e' bella, il cibo e' buono, la gente simpatica ed il paese ha un gusto ed una classe senza confronti.
Si tratta di un punto di forza incredibile e che nessuna altra nazione sembra essere in grado di scalzare. Eppure stando qui non vedo l'Italia fare di tutto per trarne vantaggio. Vedo anzi il contrario. Il fenomeno del caffe', che e' letteralmente esploso negli ultimi dieci anni, e' completamente in mano agli americani. Che non sono stupidi ed usano nomi italiani tipo "grande" e "latte", perche' evocano l'idea di gusto e qualita' negli americani.
E solo un esempio, eppure non riesco davvero a pensare a nessuna azienda italiana che rappresenti con una posizione di forza un'idea od un prodotto tipicamente italiani.
La pasta (cosa c'e' di piu' italiano?). Si', Barilla e De Cecco li trovi ovunque. Ma poi ci sono tantissime altre marche con nomi italiani e dubbia italianita' (magari sbaglio), tipo "Ronzoni", "Progresso", e cosi' via.
Pasta e pizza sono ormai pienamente integrati. E' normale per una madre preparare gli spaghetti per cena (ma non chiedetemi come ...). Non e' assolutamente esotico. E' come fare una bistecca. Eppure l'Italia non domina affatto il mercato.
Ed e' significativo che entrambi i miei esempi siano relativi al cibo. Non riesco a pensare a nessuna altra industria in cui l'Italia abbia una qualche minima speranza qui in America.
In fondo forse e' vero che siamo un paese di artisti e di artigiani, tutti focalizzati sulla qualita' delle nostre piccole produzioni. E cosi' facendo dimentichiamo che alla fine sono i numeri a fare la forza ed a decidere se siamo noi a decidere del nostro futuro o meno.

21 aprile 2004, mercoledì

La narrativa italiana in inglese
di vololibero alle 23:58:00 ~ 0 Commenti (Scrivi) ~ 0 Trackback
Nel corso di questi anni ho regalato a Robert, il mio room-mate, una serie di libri di autori italiani tradotti in inglese.
La scelta e' molto limitata ma si tratta quasi sempre di libri di successo (e quindi in genere facili da leggere) o di qualita'.
L'ultimo libro e' stato "Le strade di polvere" di Rosetta Loy. L'ho letto non molti mesi fa e ne sono rimasto talmente folgorato da volere che lo leggesse anche lui.
L'ho trovato di seconda mano su Amazon, un'edizione brossurata e foderata in plastica trasparente dismessa da una biblioteca. In inglese il titolo e' "The dust roads of Monferrato". Ne sta probabilmente leggendo una pagina alla settimana, con la scusa che e' come una serie di storie collegate. L'ha paragonato a "cent'anni di solitudine" di Marquez. Non ci avevo mai pensato ma il paragone ha senso.
Prima della Loy sono riuscito a scovare "Camere separate" di Tondelli e parecchi di Tabucchi. "La linea dell'orizzonte", "Sostiene Pereira" (Pereira declares), "La testa perdita di Damasceno Monteiro" (The lost head of Damasceno Monteiro), ed altro. Entrambi gli autori gli sono piaciuti molto, li ha trovati "internazionali", in contrapposizione all'essere di interesse solo locale.
Ho comprato "Diceria dell'untore" di Bufalino e l'ho trovato illeggibile, da non riuscire a finirlo, cosi' non gliel'ho passato. Spero che sia colpa della traduzione. Provero' a leggerlo in italiano.
Calvino - "Le citta' invisibili" (Invisible cities), "Lezioni americane" (six lessons for the new millenium) - non gli e' piaciuto, non molto interessante (alla faccia del culto nazionale che ne abbiamo in Italia).
Curiosamente non avevo mai letto la trilogia (barone, visconte, cavaliere) e me li sono letti in inglese. Calvino comunque non ha mai fatto impazzire neanche me, troppo freddo.